inediti
AmoRe
Il ragazzo con la vespa blu si arrampicava lungo la strada che portava a Colegalli.
C’erano conchiglie e denti di squali fossili, tra l’erba alta dei prati. Anche tane di istrici e impronte di capriolo nei sentieri che correvano dietro la vecchia Tabaccaia. E torri medievali sulle colline all’orizzonte.
Il ragazzo tolse il casco, lasciò la vespa e si allontanò tra il fitto fogliame del bosco.
C’era una domanda e c’era una risposta. E c’era una ragazza che lo aspettava. Nella borsa di stoffa, lui custodiva le clave, i cerchi, le palline colorate. Ciò che le parole non avrebbero saputo dire, lo avrebbero pronunciato le mani, i piedi, il corpo che sapeva giocare e fare acrobazie.
Nel cortile della Tabaccaia, dove una volta venivano fatte seccare le foglie di tabacco coltivate nei campi, qualche mese prima c’era stato uno spettacolo. Il pubblico era giunto anche da molto lontano.
-Una specie di timone del cuore sperduto nella campagna.- aveva detto lei, indicando quel teatro improvvisato, le scene, gli attori vestiti da dame e cavalieri.
Si narrava la storia dell’enigma di Re Artù e di come lui dovesse scioglierlo, pena la perdita del suo reame.
Il re giocava a scacchi con il Cavaliere dell’Amore. Era un cavaliere bellissimo, un dio magnetico che metteva alla prova il coraggio, la pazienza e la costanza degli uomini.
Alla luce fioca del sole che svaniva e a quella delle candele che gli attori accendevano sul proscenio, i due ragazzi seduti sul prato, un po’ distanti dagli altri, si stringevano la mano.
-Cosa desidera una donna più di ogni altra cosa?- ripeteva a ogni mossa il cavaliere dell’Amore.
Re Artù conduceva palafreni, destrieri, persino i cavalli che camminavano e saltavano sulla scacchiera. Ma temeva il Cavaliere dell’Amore: le sue mosse astute, i suoi scacchi matti.
C’era anche Madama Raganella in scena, brutta e spaventosa, eppure così lieta. E c’erano tre musicisti che suonavano liuti e campanelli. E c’era Messer Galvano, il cavaliere senza paura che per salvare il regno di re Artù, accettò di sposare Raganella, l’unica persona al mondo che conoscesse la risposta a quel mistero.
Ma questo accadde nel secondo atto, quando per amore di Messer Galvano lei sciolse l’enigma che salvò il re. E poi si tramutò nella più bella creatura mai veduta prima, con i capelli lunghi e rossi come fili d’oro. Allora il Cavaliere dell’Amore sorrise: la partita tra lui e Artù era solo rimandata.
Tu sei la mia Regina e io sono il tuo amoRe, scrisse il ragazzo in quella notte incantata, quando lo spettacolo fu terminato.
Lui l’aveva accompagnata a casa sulla vespa blu che a tratti sussultava se incontrava una buca. Lei si era stretta a lui con dolcezza.
E con dolcezza gli aveva sussurrato parole gioiose sfiorandogli le spalle nel buio della sera.
Poi c’era stato un altro enigma, quello che lei aveva fatto a lui.
-Qual è la parola che io vorrei sentirti ripetere almeno otto volte?
Il ragazzo ci pensava, mentre pensava a lei, e questo accadeva spesso. Ma era un’acrobazia triste quell’enigma che vorticava e non conduceva in nessun luogo. Allora lui saliva sulla vespa e guidava fino a Collegalli a cercare denti fossili, a raccogliere pietre conchiglie. A fare vorticare anche i cerchi e le clave, ad arrampicarsi sugli alberi, a camminare sui rami come i funamboli camminano sul filo.
-Un giorno farò anch’io uno spettacolo, alla Tabaccaia o nella piazza del paese. Poi andrò lontano, lavorerò in un circo.- sussurrava tra sé.
Quando lei giungeva, salendo il sentiero che attraversava il bosco, oltre i calanchi e i pendii argillosi, lui stava già provando una di quelle sue giocolerie acrobatiche che gli piacevano tanto: a cavalcioni su un ramo faceva ruotare i cerchi in alto, una dopo l’altro, senza farli cadere.
Re Artù non aveva saputo rispondere all’enigma. E anche il ragazzo non sapeva trovare la parola che lei chiedeva.
Ma quel giorno la ragazza giunse in ritardo all’appuntamento. Camminando piano, percorrendo il bosco senza fretta.
Lui stava disegnando un anello nell’aria con otto palline: se sbagliava, ripeteva il gesto, senza paura di provare e riprovare.
-Ti ho sognato questa notte.- disse lei. -Ho sognato che all’improvviso mi lasciavi. Che mi chiedevi di lasciarti andare. Avevo le lacrime agli occhi, eppure non provavo né rabbia, né rancore. Sono stata sempre così bene insieme a te: hai arricchito la mia vita, hai nutrito la mia gioia di vivere. Mi sono svegliata felice che tu esistessi, anche lontano, in qualche luogo sperduto del mondo.
Il ragazzo era turbato da quelle parole: Madama Raganella aveva rivelato a Re Artù che ciò che una donna desidera più di ogni altra cosa è la sovranità sul cuore di un uomo, e che solo l’uomo che la concede è un essere completo che può diventare re.
Pensò allora che il Cavaliere dell’Amore forse si era nascosto nel bosco, e che ora lo avrebbe sfidato con gli attrezzi del circo a una delle tante giocolerie che conosceva.
Ma prima di andare a cercarlo, abbracciò la ragazza che gli sorrideva inclinando un poco il capo.
-Oh Nina, Nina, Nina...
Non se ne accorse, ma ripeté quel nome otto volte, non disse solo amore, tesoro, come faceva sempre, non cercò per lei nuove delicate parole, ripeté solo il suo nome un numero di volte che sembrava infinito.
Fu in quel momento che lei gli disse che aveva risolto l’enigma, che era quella la parola che lei voleva sentire sempre pronunciare: il suo nome. Allora lui si chinò e scrisse di nuovo sulla terra umida del bosco, tra le impronte di capriolo e i sassi conchiglia, poco distante da dove aveva lasciato la vespa blu:
Nina, tu sei la mia Regina e io sono il tuo amoRe.
La professoressa Tussi
La Tussi era la più orribile, sputacchiosa, verdastra professoressa di lettere mai entrata in una scuola media. Era villana, rozza, puzzolente, come ricordano bene anche le mie compagne Paola e Mely. Così oscena da preferire le cinque più brave della classe, chiamandole persino per nome e trattare a cognome e note in faccia tutte le altre. Eravamo solo femmine: col grembiule nero lucido e i grandi bottoni bianchi. Femmine ancora incerte se restare bambine o diventare donne. E lei ci torturava. Ci mortificava.
-Razza di inette che non siete altro!- gracchiava con voce da rospo -Inutili poppanti da strapazzo. Quando vi deciderete a crescere?
Per me poi nutriva un'autentica repulsione. Non mi guardava mai negli occhi, se non per pietrificarmi. Se le facevo una domanda, se ero rimasta indietro e non avevo capito bene la differenza tra la congiunzione e il pronome relativo mi lanciava una laconica risposta con occhi sfuggenti.
-Studia, studia, lavativa.- biascicava.
Io ero la peggiore secondo lei: collezionavo 3 e 4 come figurine. E l'album delle mie figuracce era il suo registro e la mia pagella.
Mia mamma era disperata.
-Sua figlia è una mezza scema.- le disse la cara Tussi a un colloquio di fine trimestre. Forse non usò proprio queste parole gentili, ma il senso del discorso fu proprio quello. E aggiunse:
-Alla fine della terza media, le cerchi un lavoro, signora, dia retta a me. E dimentichi il liceo: in una scuola così difficile, sua figlia non avrebbe nessuna possibilità.
Non ebbi più dubbi. Quando mia mamma mi spiattellò quello che aveva detto quell'essere abbietto, presi una decisione.
-La farò fuori!- gorgogliai. E il giorno dopo iniziai a fissare la raccapricciante Prof dal mio banco in quarta fila, per trovare il modo migliore per attuare il mio piano. Morso di cobra, scossa di torpedine, puntura di scorpione, contavo sulle dita. Intanto la scrutavo, studiando con calma il suo viso feroce: il colorito paonazzo, gli occhi gelidi, il naso aquilino.
A quel naso adunco avrei appeso volentieri un granchio per le chele. Al collo taurino, un pitone come sciarpa. Alle orecchie, due meduse come ciondoli.
C'era un mare e c'era una foresta infinita di bestie pronte ad aiutarmi. Era divertente immaginarle tutte avvinghiate a lei, più mostruosa di qualsiasi mostro marino o terrestre. In testa un nido di vespe, sulle spalle un gatto selvatico, sul petto un riccio come spilla. Nelle scarpe due tribù intere di formiche vampire.
Anche un pipistrello tra i capelli sembrava un'ottima idea, così come un polipo sulla cattedra, pronto a strappare con i suoi tentacoli i fogli del registro in mille pezzi.
La Tussi era così ridicola, ora che la sognavo vittima del mio esercito bestiale, che non mi faceva neppure più paura. La vedevo mentre si divincolava, gridava, implorava pietà. Era pronta a mandarmi al liceo con tutti 8 e 9, se solo avessi mosso un dito per aiutarla.
A un tratto scoppiai a ridere così forte che l'intera classe si girò a guardarmi. Anche lei, la vecchia Prof, cercò di polverizzarmi con gli occhi. Ma io ero troppo estasiata per preoccuparmi delle sue amabili maniere.
Sorrisi a Paola e a Mely.
-La sua vita è salva! Non temete, l'ho perdonata. In fondo è grazie a lei se da grande farò la scrittrice. Ho scoperto di avere fantasia da vendere, care mie.- esclamai con allegrezza.
Il grande passo
Tommaso non capiva come mai a suo
fratello maggiore fosse stato consentito e a lui invece proibito. Eppure
la mamma lo aveva detto tante volte che solo così si diventa grandi. E
anche la maestra Costanza Biscuola, che aveva un bel nome da romanzo, lo
aveva ripetuto molte volte in classe.
- In Africa alla stessa età si va nella foresta ad affrontare leoni e
leopardi. Anche voi a undici anni dovrete dimostrare che siete pronti per
il grande passo.
Il grande passo era lasciare gli amici e avventurarsi nel mondo da soli.
Ma Tommaso sapeva che Fabio e Ezio quel giorno non lo avrebbero
abbandonato.
- Se dobbiamo combattere contro le belve feroci, facciamolo almeno
insieme. - diceva ai compagni.
Il giorno venne, ma qualcosa era cambiato.
Tommaso non capiva, chiese spiegazioni. In classe c'era un'eccitazione
scontenta. Per cinque anni si erano preparati tutti, maschi e femmine, a
superare la prova. La maestra Biscuola aveva annunciato che quello sarebbe
stato un giorno molto speciale, dove persino i desideri più matti, se uno
avesse avuto il coraggio di scriverli o di rivelarli a voce alta, da
grandi si sarebbero potuti avverare.
Tommaso da grande voleva fare il Viaggiatore. Lesse mappe, consultò
cartine, imparò nomi bellissimi a memoria: Timbuctù, Varanasi, Castagneto
Carducci, Kinshasa, Libreville.
Era pronto per il tema e per l'interrogazione di geografia. Era pronto
anche per attraversare la savana e affrontare una iena se fosse stato
necessario. Ma Costanza Biscuola una mattina annunciò a testa bassa che
l'esame di quinta elementare era stato abolito, che sarebbero andati in
prima media senza sostenere nessuna prova.
- Senza prove? Ma allora quando diventeremo grandi?- chiese qualcuno.
- A quattordici anni. - rispose la maestra. - Alla fine della terza media.
Tommaso tornò a casa e, a chi si complimentò con lui perché l'aveva
scampata bella, disse che quella era stata proprio una disgustosa
ingiustizia.
Suo fratello era diventato grande a undici anni, mentre lui per diventare
grande avrebbe dovuto aspettare un'età spaventosa. Un'età in cui in certi
paesi forse si è già papà.






